lunedì 27 febbraio 2017

Recensione Maurizio Messori




Bologna, un tempo. Città da amare, da patire, poi, in un chissà quando, partire da lei con una nostalgia neppur troppo nascosta. Bologna è stata votata silenziosamente all'arte. Milano, Firenze, Roma rispondono all'appello con più foga, convinzione. Un tempo, scrivevo. Capitale italica di un'Informale già formata, adulta. E là Morandi e qui Morlotti, Moreni, Mandelli in un abbraccio arcangeliano convinto. Privo di retorica. Ultimi naturalisti, quando la natura entra nei visceri e inonda il cervello e le sue circomvoluzioni e fa divenire la civiltà futura già arcaica. Potenza di un sospiro di libeccio. E Anna Rita? Nasce dopo, quando i venti di novità hanno spirato in tutte le direzioni possibili ed impossibili. Ma lei non si accontenta, avverte da subito un'esigenza che la chiama a sè, terribile e amato despota. Arte, possibilità unica di vita. Se la si asseconda si diventa succubi felici, straniati, umoralmente incatenati a lei. E Anna Rita accondiscende, interpreta il richiamo come possibilità di linguaggio universale. Niente parole, solo tratti e colori. Eloquio di pregio. Ci penseranno le sue tele ad instaurare un dialogo con coloro i quali comprendono il silenzioso parlare di esse. Spiriti eletti. Se Bologna artisticamente fu, fortunatamente ancora è, grazie ad artisti come Anna Rita che rinnovano la tradizione emiliana che fu di Wligelmo, Carracci, Reni, traghettandola verso una spiaggia policroma che si chiama speranza. Il Professor Arcangeli ne sarebbe entusiasta.  Maurizio Messori